Con la nuova gestione delle mura pare sia diventato impossibile avere anche un solo appuntamento...
A pochi chilometri c'è un posto bello che funziona...porteremo fuori le idee.
Monticelli d’Ongina, Piacenza. Suona la sirena che mette in allarme: si aprono le imponenti paratie della diga di Isola Serafini. Il Po è alto, troppo, e la diga scolma a valle tutta l’acqua che fino a ieri tratteneva avidamente. Il fiume cresce e qui è un altro fiume. Alla conca di Isola Serafini dove le barche dovrebbero superare la diga ma, il più delle volte ci riescono solo le canoe perché vengono portate a spalla, Alberto Gallina, conchista e meatore, ci porta in giro col motoscafo dell’Arni nel bacino a monte della diga.
Fiume ampio, largo, lento, con pesci che saltano, carpe che rumoreggiano in amore, uccelli acquatici e nutrie che si spartiscono le sponde, poi piccole lanche e la foce del Chiavenna, affluente di destra che passa accanto a quella che era la centrale nucleare di Caorso e crea meandri paludosi che ricordano i fiumi d’Indocina, almeno quelli visti al cinema nei film sul Vietnam. È un altro Po, quasi lacustre, dove si naviga ancora, dove è attraccata una draga del 1930 ottenuta dall’Austria come risarcimento della prima guerra mondiale, dove si possono osservare i papiri sulle sponde e in cielo aironi, svassi, gallinelle, garzette, fenicotteri, con un po’ di fortuna cavalieri d’Italia...
A raccontare il fiume c’è ancora Annibale Volpi, che lavorava alla conca prima di Gallini. È uno a cui il Po scorre nelle vene e a volte fa l’effetto del vino. Un bambino fluviale di quasi settant’anni che nel 1979 ha catturato una trota, sì proprio una trota, di 1,9 kg sotto lo sbarramento di Isola Serafini: “perché qui l’acqua cade e c’è la corrente, l’ossigeno che serve alle trote. E non era una mormorata scesa dall’Adda, era proprio una trota del Po...”
Sembra un’altra storia, un altro luogo, forse più simile all’affresco fluviale del pittore Giuseppe Malfanti che racconta la vita sul Po negli anni Cinquanta e sovrasta il salone della Trattoria Cattivelli, oggi chiusa per turno, ma aperta per noi, nel senso che Valentino Cattivelli e il genero Luca Castellani ci hanno invitato a pranzo, in casa, per raccontarci, tra una fetta di coppa piacentina e un’anguilla in umido con piselli e polenta, la storia dell’unica trattoria nell’unica isola abitata del Po. Anche questo è un altro fiume, un altro mondo. Ecco con cosa si torna a casa: con l’idea di un fiume che non è più padre né madre, come in passato, ma compagno d’avventura di chi ancora vive lungo le sponde. Sono gli uomini a costruire l’avventura, la poesia, in disastro, l’abbandono, la meraviglia e il degrado. Il fiume c’è, non si tira indietro, ci mette del suo, ci mette la bellezza, la maestosità della natura, l’odore dell’acqua che è vita, ma anche fatica, ma riempie comunque, sempre, le narici di un’intensità indelebile, che resta per chiunque è passato di qui. Puzza, olezzo, profumo, dipende dal naso, dal cuore, da come si sente la vita.
Undici giorni di viaggio: quasi trecento chilometri percorsi con tutti i mezzi, a partire dalla mitica pilotina Random fino al treno, regionale, da Monticelli d’Ongina a Piacenza, raggiunto sotto la pioggia con le biciclette caricate sul furgone della trattoria Cattivelli. Dal Delta a Caorso, più o meno, per dare un sguardo al Grande Fiume, a chi lo abita, ai sapori che sono nati intorno al Po. Una decina di taniche di benzina sudate dagli argini alle statali, pioggia battente e solo cocente, freddo, caldo da disidratarsi, decine e decine di litri d’acqua da bere e migliaia di metri cubi, sempre d’acqua, da attraversare, una carta di credito e un bancomat mangiati da un distributore automatico, sudore a ettolitri... Amici tanti, che abbiamo incontrato e che ci hanno sostenuto con i mezzi e con l’appoggio logistico da casa. A tutti dobbiamo un pezzo di questo viaggio. I nomi, a parte l’associazione Random di Pizzgihettone che ci ha sostenuto con la barca, non servono, chi c’era lo sa: grazie!
Pieve San Giacomo, Cremona. Annibale Volpi, classe 1938, ex conchista e meatore di Isola Serafini, è forse la memoria più storica del Po cremonese che siamo riusciti a incontrare. Ne parla come si fa dei figlioli, dei loro successi nello studio e nel lavoro, delle difficoltà, dei rischi che la vita fa correre loro. A Cremona il Po mostra i muscoli di un corpo sano, di un fiume che è tutt’uno con la città, caso unico da Delta fin quassù. Sulle sponde ci sono bar, ristoranti, circoli di motonautica, storici circoli dei canottieri, roba da tremila, quattromila, soci paganti dove ci sono campi da tennis, palestre, scuole di canottaggio, centro estivo per bambini. Un mondo. Vistiamo la perla di questo mondo, il circolo canottieri intitolato a Leonida Bissolati, non a casa socialista. Cremona è, per attenzione, amore e frequentazione, la capitale del Grande Fiume, quello che ci siamo aspettati ovunque e qui l’abbiamo trovato. Acqua vissuta, che aggrega, racconta, fa parte del tessuto cittadino. Il Po a Cremona è signore tra i signori, è fiume rispettato, onorato, in qualche modo persino idealizzato.
In bicicletta ci si avventura dei dintorni alla ricerca dei prodotti tradizionali. Anzitutto il torrone che assieme al torrazzo (il campanile del duomo) e alle tette (di cui sono orgogliose le donne locali e, immagino, pure gli uomini) fanno di Cremona la città delle tre ti. A Vescovado troviamo Massimo Rivoltini, titolare assieme ai fratelli Marina e Cristiano, dell piccola industria (o grande bottega artigiana?) che fra integratori alimentari di ogni genere produce, con orgoglio, in mezzo a tante altre cose, con miele italiano e argentino () il vero torrone di Cremona, quello che ha la consistenza del vetro e si rompe se sbatte a qualsiasi superficie dura... Il torrone per il quale ci vogliono i denti.
Poi raggiungiamo Cicognolo dove si trovano Diego e Luisa Luccini, fratello e sorella, produttori di mostarde tradizionali, quelle che non sono belle come la frutta colorata dell’industria, ma sanno di frutta, fanno sentire il piacere della senape e il profumo della materia prima. Da perdersi. E ci siamo persi. Ritrovando alla fine la vecchia via Postumia che ci riporta a Cremona. Cena all’osteria la Sosta di Cremona con un culatello di 20 mesi che fa venire la pelle d’oca prodotto da Caretti e vari piatti di cucina cremonese. Adesso il sonno ha il sopravvento su tutto. Domani il nostro viaggio finisce: Isola Serafini e Piacenza sono le tappe. Un abbraccio ai ragazzi di Random a Pizzighettone e a Giovanni del Birrificio Lodigiano per il sostegno al nostro viaggio.
Cremona. Siamo arrivati quasi in fondo. Grazie a tutte le persone che ci hanno dato una mano lungo questo viaggio tra fiume e anima, alla scoperta anche inconsapevole di cosa c’è sotto alla crosta della Padania. Scivolando in bicicletta sul ponte di ferro che collega la sponda piacentina a Cremona mi sono passati davanti agli occhi quasi dieci giorni di Po, lunghi di contraddizioni, nei paesaggi, negli uomini e nelle donne, nei sapori, nei sogni che qui sono nati e in quelli che sono annegati col passare del tempo. Sotto al ponte il fiume gonfio d’acqua, tanta, muscoloso e potente. L’acqua che ci ha impedito, marinai improvvisati, di terminare il viaggio con la pilotina Random, la barca che con amicizia e fatica ci è stata messa a disposizione dall’associazione culturale Random di Pizzigghettone, un gruppo di persone che più di altre hanno capito il senso di questo viaggio: in barca, in bicicletta, a piedi, in treno, come torneremo in quel di Rimini dopodomani sera, dopo aver setacciato Cremona, i suoi dintorni e Isola Serafini, una sorta di enclave di terra circondata dal fiume che rappresenta il punto più a monte della nostra ricerca, dove il Po riceve le acque dell’Adda (questo è il legame culturale più forte di Pizzighettone, che sta sull’Adda, con il Po e con il nostro viaggio).
Beh, sul ponte di ferro mi sono girato e dietro ho visto la storia, la civiltà fluviale scomparire senza neppure accorgersi, cancellata dalle promesse non mantenute della modernità, dall’avvento della ruota, come dice Massimo Spigaroli, produttore di Culatello di Zibello e custode di una fluvialità antica, resa attuale, vissuta con consapevolezza contemporanea. Quando si dice che la cultura passa, anche, attraverso la tavola, l’agricoltura, le produzioni territoriali, io intendo questo: uomini consapevoli della propria storia e del proprio ruolo nell’immaginare un mondo migliore, nel senso che piace di più a chi lo persegue e lo propone, ma anche nel senso che può essere migliore per tutti. Massimo ci ha dato questa lettura: il fiume ha iniziato a morire quando si sono cominciate a trasportare le cose lungo le strade, quando sono arrivate le auto. Certo, hanno dato una mano l’industrializzazione, l’inquinamento, il mito della città e del lavoro sicuro, ma la colpa è delle auto. È cambiato il punto di vista: si è cominciato a guardare alla strada e non più al fiume.
E oggi? E domani? Riuscire a dare un senso a quello che è rimasto, ai luoghi, all’ambiente, alla natura, un valore all’agricoltura autentica, buona, ai grandi prodotti che nascono dal fiume e dal clima come il Culatello di Zibello. Ne abbiamo assaggiato uno di maiale nero parmigiano stagionato 29 mesi dal sapore che sembrava una passeggiata nella golena dopo la pioggia, dal profumo del tempo che muta, della nebbia d’inverno, dell’afa che addensa l’aria d’estate... Tutto in una fetta di maiale ricca della dolcezza del tempo. Eccolo il miracolo del fiume che ha salvato angoli da raccontare, luoghi e sapori per viaggiatori alla ricerca di un altro punto di vista, sul mondo. Viaggiatori fluviali, navigatori, ciclisti. Viaggiatori, non turisti.
In bicicletta è come in barca. Gli strumenti redatti con tanta prosopopea sono inutili. Come le carte nautiche segnalano approdi e distributori fantasma, le cartine delle piste ciclabili sono poco chiare, in alcuni casi approssimative e spacciano per ciclabili delle specie di camionabili arginali senza alcuna manutenzione. La segnaletica? Soprassediamo. Il fiume, il viaggio, in barca, in bicicletta, spesso (non sempre, non dappertutto) è una grande e solitaria bugia, da strombazzare ai convegni, da vendere in campagna elettorale. Cercando di seguire l’argine piacentino, perdendomi tra le belle ciliegie di Villanova d’Arda, mi sono chiesto se chi realizza le cartine delle ciclabili regionali sia mai andato in bicicletta e se ci sia andato lungo le strade che ha disegnato. Sembra di vivere in un mondo per sentito dire.
“La in fondo erano i pioppi e il grande fiume e, nel cielo immenso, c’erano tutte le mie favole”, questo è il Po del Mondo Piccolo di Giovannino Guareschi. Non importa se antiche e moderne, ma su queste acque scorrono le favole, quelle che in questi giorni abbiamo saputo disegnare, raccogliere, raccontare forse. Il ponte di ferro ci ha portati a Cremona.
Adesso, a Cremona, occorre trovare il modo di riportarci anche Random, la barca, ma questa è un’altra storia. E Stefano Rossini? Potete leggerlo qui in una interpretazione che strappa ben più di un sorriso, o guardarlo in questo scontro tra titani della musica: Verdi versus Rossini, nella piazza di Busseto, paesino parmigiano che vive nel culto del musicista (come Gualtieri del pittore Ligabue e Brescello dei film di don Camillo e Peppone...).
Busseto, Parma. Giulia, mia figlia, è andata in giro a lungo con una bella maglia con la scritta: “Io vivo in Emilia Romagna”. Era una scritta orgogliosa. Non è campanilismo. E nemmeno retorica: sulla sponda destra del Po (le rive di un fiume si definiscono con le spalle alla sorgente e lo sguardo al mare), in Emilia, in questa Emilia tra Reggio e Parma, si sente di stare in una regione più viva e più vissuta. Un luogo dove le contraddizioni possono armonizzarsi, dove è normale, rientrando la sera sentire dibattiti in dialetto e in qualche lingua africana, tutti portati avanti con grande pacatezza. Qui le biciclette non le rubano. Tra Mantova e Rovigo consigliavano lucchetti e catene, tra Reggio e Parma ti dicono chiaro che nessuno tocca nulla. Vero o falso che sia si sta bene in questo chiacchierare emiliano di grandi parmigiano reggiano e di aceto balsamico tradizionale di Reggio Emilia.
Persino le vicissitudini quotidiane, quelle cose noiose che una volta superate si possono pure non raccontare, sembrano più leggere quando cominci a respirare il profumo di tigli che conduce al centro di Busseto, capitale verdiana, ovvero dedicata al musicista, anzi al maestro, Giuseppe Verdi: “Il maestro è nell’anima e dentro all’anima per sempre resterà...” Qui la Padania è silenziosa e ordinata, le lucciole sono quelle che si accendono e spengono a intermittenza. Cicale e civette lontane dicono che è bello scrivere sulla veranda. Oggi è domenica e il racconto si ferma qui. Sono così stanco che gli occhi si chiudono e mi sento trasformare in un animale mitologico, un po’ anguilla un po’ maiale, un po’ vacca frisona, un po’ pesce gatto... Un po’ di riposo mi chiama. Domani si va avanti, a pedali. Prima tappa, dietro l’angolo: Polesine Parmense, alla ricerca del culatello, quello buono.
Nelle foto, di Stefano Rossini, ci sono io, in alto, tra le migliaia di forme di Parmigiano Reggiano che stagionano nel Caseificio Sociale Castellazzo fondato nel 1900 a Campagnola Emilia. Sopra il giovane Andrea Bezzecchi tra il suo aceto balsamico tradizionale di Reggio.